Archivi del mese: luglio 2011

Perchè DIFENDO LA VITA – di Mariaserena Peterlin

 

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Perché difendo la vita?
Si attraversano fasi della vita, o anche solo attimi, in cui ci si rende conto che la nostra presunzione di conoscenza, la nostra propensione a sentenziare sono davvero fuori luogo e che sarebbe importante risalire all’essenziale, a ciò che è davvero indispensabile, a quello che conta e che ci accomuna.
A me è recentemente accaduto di cogliere queste sensazioni, in un attimo, e mi è di nuovo accaduto riflettendo su una lunga fase di vita
In un attimo ho assistito ad una scena   che mi ha violentemente colpito: una giovane mamma, accompagnata da tre bambini, si trovava in fila alla cassa di un supermercato. Tre bambini: due maschi uno piccolo infilato nel carrello della spesa, uno di 8-9 anni e una bambina che avrà avuto cinque-sei anni: bellissima, bionda e con i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo. La mia attenzione di un attimo si è fermata sul gesto della mamma che, innervosita da qualcosa che la bimba aveva fatto, l’ha strattonata brutalmente afferrandola per la coda di cavallo. La testa della bambina si è piegata violentemente all’indietro, gli occhi si sono riempiti di lacrime ma la bimba non ha gridato né pianto, né ha reagito. Ha chinato la testa. Contemporaneamente il ragazzino grande, indisturbato, simulava di prendere a cazzotti il piccolino nel carrello, e qualche botta arrivava, ma anche il piccolino rimaneva muto, immobile e chinava la testa senza reagire. Mi sono sentita male; e, come se una lastra di pietra mi avesse colpito improvvisamente nel cuore, non sono riuscita nemmeno, per molti giorni, a raccontare quello che avevo visto. La “mamma” subito dopo la violenza inflitta alla piccola si è messa a cercare solidarietà (e non le è mancata) da una vecchia signora in fila accanto a lei lamentando : “non hai un momento di pace, tutto il giorno così”; e la vecchia, odiosa, ha rincalzato: “Solo chi non lo prova non lo capisce”. Io invece penso di aver capito: entrambe odiavano la vita.
Proprio qualche giorno dopo questo episodio è accaduto che mio padre, molto anziano e sofferente da anni ma dalla famiglia amato e seguito, è stato accompagnato al pronto soccorso per un malore che, anche al medico curante, è apparso subito gravissimo. Al pronto soccorso: ore di attesa, esami sommari (il cui esito risulta dal referto anche contraddittorio) e l’intimazione di portarlo a casa: “Lei si vuole liberare di suo padre” è stata l’accusa del medico a chi si è completamente dedicato per anni e anni alla cura dei genitori. Mio padre è tornato a casa in gravi condizioni, respirando a fatica, impossibilitato a qualsiasi movimento; ma chiudo qui la descrizione penosa. Dopo pochissimi giorni, ricoverato nuovamente d’urgenza, è morto. No, non ci volevamo liberare di lui e nemmeno speravamo che potesse vivere a lungo; ma che gli fosse risparmiata sofferenza e fosse assistito adeguatamente sì.
Ecco perché difendo la vita. La vita dei piccoli e quella degli anziani è simile a quella delle persone, per vario motivo, inabili o impossibilitate a prendersi cura consapevole di se stessi. Ma quella vita è pur sempre un dono, e non può essere delegata alla valutazione della bilancia delle opportunità, delle utilità, degli interessi personali e, diciamolo pure, dell’arbitrio (ragionato o non, equilibrato o isterico, razionale o pregiudiziale) di nessuno.
La vita appartiene alla persona. Quella particolare persona (vecchia o piccola che sia) può darci gioia o preoccupazioni, ma non è cosa nostra né cosa di un medico di guardia o di una vecchia signora in fila al supermercato o di una mamma instabile e nervosa.
Difendo quella vita. La difendo perché in vario modo è minacciata, è fragile, è incompresa; perché ci rappresenta tutti, perché è un diritto.
La difendo perché se noi non rispettiamo una vita (di un bimbo, di una persona fragile o debole, o di un vecchio) spezziamo qualcosa di importante che tutti ci lega e manchiamo di rispetto a tutta la vita, che ci è stata gratuitamente donata e di cui non possiamo pensare di fare quello che ci pare, specialmente quando non è la “nostra”.

Non si nascondano dietro l'antipolitica. La casta,ormai, è nuda.

I politici (di dx o sx) addetti ai lavori dicono che bisogna evitare l'antipolitica: con questa parola definiscono il dissenso e la sfiducia (e a volte il disgusto) espresso ormai massicciamente dal popolo dei cittadini nei confronti della casta.
A me sembra invece che questa sia un'ennesima manovvra "pro domo sua" della casta medesima.
L'antipolitica l'ha determinata e creata la casta, e non il cittadino.
I privilegi, l'inefficienza, le angherie, le tassazioni, le ingiustizie, la disoccupazione, la mancanza di futuro, l'indifferenza per le condizioni di vita della gente comune, l'ignoranza esibita in ogni intervento ecc ecc non sono stati creati dai cittadini. Dove erano i cittadini quando tutto questo accadeva? Dove erano mentre loro  diventavano casta? Loro erano seduti in Parlamento, nelle banche, nei luoghi di potere, nelle poltrone dei network che contano. Noi stavamo tutti al lavoro o cercando lavoro, stavamo affrontando i problemi quotidiani o meglio, come si dice comunemente, stavamo tirando la carretta.
Poche scappatoie dunque. Interpretino il senso della furiosa sfiducia che monta, ragionino sul nostro dissenso e  si interroghino sulle loro responsabilità, poiché tutti loro a tutti i livelli ne hanno: questo non è tempo di sussiego, è tempo di rendiconti. 
 
E' tempo di fame e di bisogni inascoltati Non è tempo di affabulazioni né di chiacchiere.

(Nella foto: ROMA:  Ho colto l'immagine di u uomo cammina tra noi, non sappiamo nemmeno se la sua povertà, esibita, sia diventata una professione o se è il nostro destino.)

Punire e bocciare non è sempre educare – di Mariaserena Peterlin

In questi giorni, per le ragioni che ho spiegato in post precedenti, mi accade spesso di pensare al passato. Sono una a cui la famiglia ha insegnato a rispettare le istituzioni e le ho sempre rispettate; da bambina mi hanno fatto fare l’esame da privatista e sono stata iscritta direttamente in seconda elementare (così si chiamava allora), a soli sei anni. Non ho mai sgarrato e mi sono laureata a 22 anni: filando veloce e senza fare scalo.
Dalla seconda elementare, consegnata alla scuola, non ho avuto spazi per alibi, scuse o giustificazioni. La scuola era la cosa più importante e dovevo studiare. La maestra, e poi i professori, erano sacri e inviolabili e dovevano essere rispettati obbedendo a tutte le loro prescrizioni. I compiti si facevano anche se per finirli veniva ora di cena.
Né mio padre né mia madre hanno mai consentito alcun cedimento e le mie eventuali piccole contestazioni venivano rintuzzate sistematicamente, anche chiamando in causa altri parenti come mia zia maestra e mia cugina più grande, autorevolissima prof di Matematica.
Circondata, in questa ed altre modalità educative, da una cortina di legalità, i miei spazi di risposta ad eventuali rigidità o soprusi degli insegnanti, che non mancavano allora come ora, si sono espressi in una personale rielaborazione interiore di come la scuola fosse e di come, invece, avrebbe potuto essere. Ma questo è un altro discorso che riservo a una prossima eventuale occasione.
Quello, invece, che sottolineo oggi è la coerenza totale, anzi direi meglio la totale adesione della mia famiglia di origine ai dettati della scuola. Devo anche aggiungere che gli insegnanti degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, erano tuttavia docenti con tutte le carte in regola; qualche loro esigenza troppo rigida veniva assorbita dalla dimostrazione, praticamente senza eccezioni, di rigore e competenza.
Mio padre, di cui il ricordo mi segue con tenerezza in questi giorni, non ha mai manifestato dubbi su di loro. Solo una volta l’ho visto reagire ed indignarsi con una maestra; accadde, però, anni dopo, quando ero già laureata e insegnante, e precisamente  negli anni ottanta, periodo in cui papà si prendeva cura, di S. un nipotino di sei anni a tutti noi molto caro.
La reazione sdegnata di mio padre fu dovuta a una “punizione” inflitta, in prima elementare, a S. bimbetto vivace ma sensibilissimo, che fu punito dalla maestra per essersi distratto durante la lezione. A causa della sua disobbedienza S. fu trattenuto a scuola ben oltre l’orario ma il nonno, che lo attendeva come tutti i giorni, fuori dalla scuola, non fu avvisato e, dopo parecchi  minuti che erano usciti tutti i compagni, non vedendolo, preoccupatissimo, chiese di entrare a scuola per cercarlo.
Giunto nell’aula, trovò il piccolo in lacrime, sconvolto. Gli era stato , imponendogli lavoretti di pulizia della classe.
E’ stata l’unica volta in cui mio padre ha fatto presente le sue ragioni di dissenso, e aveva ragione.
A sei anni si ha diritto di essere rispettati ed educati. E tutto il resto sono chiacchiere insopportabili anche per un anziano e rigoroso signore, rispettoso di leggi, normative e istituzioni qual era lui.
A sei anni si è bambini ancora piccoli.
A sei anni ci si confronta con la vita nella misura in cui la vita e la società ci detta norme comprensibili. A sei anni una bambina o un bambino non hanno bisogno di un caporale di giornata, ma di una scuola che funziona. E una scuola che non si fa capire dai suoi alunni è una scuola che non funziona. Il rigore non c’azzecca niente con i provvedimenti punitivi, bocciature comprese.
E sconsiglio di provare a dimostrare che bocciare a sei anni è un’azione educativa, rispettosa dei tempi dei bambini o che si fa per il loro bene. 
La “quadra” educativa cerchiamola in altro modo.

Ciao Papà – 4 luglio 2011 di Mariaserena

Ho pensato a lungo se fosse il caso di pubblicare i pensieri con cui il 4 luglio ho salutato, dopo solo due mesi dalla perdita di mia mamma, anche papà. Poi ho deciso di farlo per due motivi: uno sciocco-infantile e uno serio.
Quello sciocco è che dicendo le cose sul web si ha l'impressione di farle navigare lontano, e lui se ne è andato proprio molto lontano.
Quello serio è che vorrei dire, anche solo a chi crede negli affetti, ma oggi dubita che abbia ancora  un significato l'essere e dichiararsi figlio o genitore, che la maternità e la paternità vanno oltre tante definizioni. Vorrei dire che non basta la tolleranza, ma che ci è necessario anche l'amore che non si spegne con la fine della vita, e che la vita e gli affetti non hanno niente a che vedere con le dinamiche demografiche, le opportunità sociali,  l'economia di mercato e mercanzie simili.
Pubblico dunque questo mio scritto dedicato ai miei genitori, ma in particolare a mio padre che non ha mai accumulato, ma donato sì.

Voglio ricordarti così
Voglio ricordarti quando mi prendevi per mano uscivamo per andare a spasso, quando mi insegnavi ad annaffiare il giardino e premevi sul tubo perché l’acqua ne uscisse a spruzzo, formando un arco che prendeva il raggio del sole e creando un arcobaleno. Voglio ricordarti quando dal giardino prendevi una canna e la foravi per farne una cannuccia da cui soffiare le bolle di sapone e quando mi regalavi i cartellini che contrassegnavano i sacchi della farina del mulino di cui tu eri responsabile, li infilavi in uno spago e io ci giocavo come con un oggetto meraviglioso. Voglio ricordarti quando uscivi dal mulino, con la faccia infarinata, con il basco in testa, bianco anche lui come il tuo camice da mugnaio. E voglio ricordarti energico, esigente, severo con gli operai che ti ricambiavano con affetto e stima, ti chiamavano “capo” perché tu lavoravi più di loro e un lavoratore questo apprezza in chi lo sa guidare. Voglio ricordarti mentre impastavi acqua, lievito e farina e ci insegnavi a fare il pane, mentre ci facevi vedere come si stende la pasta per ricavarne strisce da arrotolare e da mettere a lievitare sotto uno strofinaccio per lunghe ore. E voglio ricordarti quando hai imparato a guidare l’automobile e intraprendevamo lunghi viaggi che durava un’intera giornata per andare a trovare i nonni. Voglio ricordare il tuo affetto grande per i nonni.
Voglio ricordare la tua impazienza, il tuo senso del dovere, il tuo continuo ammonire su come si deve essere gentili con gli altri, sul fatto che non si deve giudicare senza prima valutare se stessi e che non si deve mai rinunciare a fare qualcosa se prima non ci si è messi alla prova. Voglio ricordare che ci hai insegnato a pregare nel silenzio e nella modestia, senza esibire la nostra fede.
Voglio ricordare che tu non rinunciavi, non delegavi, non ti tiravi indietro, non cercavi scuse, non ti sottomettevi alle ingiustizie, non avevi paura di cambiare nulla: casa, città, lavoro. Nulla, tranne il tuo affetto e l’amore che ci hai dato.
Voglio ricordare anche il tuo amore per il tuo paese e per i tuoi cari; un paese in cui non ho mai vissuto, ma il cui ricordo mi è caro nel tuo nome; e i tuoi cari che ho conosciuto, ma frequentato troppo poco e comunque assomigliavano tanto a te.
Voglio ricordare quando andavamo: perché il senso della tua vita è stato anche questo andare avanti, muoversi, proseguire.  E mi piaceva accompagnarti. Siamo andati a raccogliere i ricci delle castagne, siamo andati fuori con la tramontana perché io non temevo il vento freddo quando tu mi tenevi per mano, siamo andati insieme tante volte per seguire anche la tua irrequietezza e la mia curiosità.
Non voglio ricordare questi ultimi anni il cui oscuro peso, solo ora e finalmente, ha cessato di curvare le tue spalle, di spegnere i tuoi stessi ricordi, di segnare di sofferenza la tua vita, di impedirti di andare libero e forte come un tempo.
Voglio ricordare invece che ci hai insegnato ad amare la vita, ad amare i deboli, a desiderare che la vita continui nei nostri figli e nei figli dei nostri figli ai quali continueremo a raccontare di te.

Ora sei ripartito. Ciao papà.