SULLA PACE E IL MESTIERE DELLE ARMI – di Mariaserena Peterlin

Siamo ormai all'abitudine: i soldati italiani in missione di pace muoiono, esattamente come tutti i soldati di tutte le guerre. Pubblico oggi qui una lettera che scrissi e consegnai a tutti i miei studenti di quinta A telematico il 30 Novembre 2003 – Spero mi abbiano ascoltato . Oggi non cambio nemmeno una virgola.

In questa nota taggo, insieme a qualche amico adulto a cui chiedo di sopportate la mia invasione, qualcuno dei miei ragazzi presenti su fB. So che loro non hanno dimenticato e comunque confermo il mio affetto per tutti i giovani.

 

Lettera ai miei alunni sulla pace e sul mestiere delle armi

 

Cari Adriano, Andrea, Gabriele, Federico, Riccardo, Matteo I., Giorgio, Matteo L., Fabio, Nicola, Roberto, Davide P., David, Daniele, Riccardo, Davide Z.,

ma anche cari  Umut, Mauretto e Fabio S.

QuintaA_dic_2003

Ci conosciamo da tre anni e credo che ci siamo sempre parlati apertamente. Quando in classe si sono sentiti i miei rimproveri e le vostre contestazioni, quando sono volate battute o esortazioni, quando avete alzato cori trasgressivi o meno, quando avete scavalcato le finestre (per fortuna dal piano terreno) per esibirvi o sfuggire presunte interrogazioni, quando avete mostrato insofferenza o approvazione, insomma in tante occasioni ci siamo comunque guardati negli occhi.

Mancano pochi mesi alla fine della vostra carriera (mi permetto di colorare di lieve affettuosa ironia questa parola) scolastica. Come sempre è successo qualcuno di voi sparirà subito dalla circolazione e per sempre, qualcuno verrà ancora a trovarmi per una volta o due e poi… via, me lo auguro come è giusto e fisiologico, per la propria strada.

Di questo vi parlo oggi: la vostra strada. Mai come quest’anno, mentre perfino sul cellulare arrivano continui sms con notizie di vittime di attentati e bombardamenti,  mi sono interrogata pensando al vostro futuro, alla vostra vita. Quali saranno?

La nostra scuola organizza il cosiddetto “orientamento in uscita” ovvero cerca di aiutarvi a decidere cosa farete da grandi. E di solito in anni passati sono venute associazioni di professionisti, esponenti di facoltà universitarie, o altri enti che, a vario titolo, si occupano della materia.

Perché quest’anno il responsabile dell’ “orientamento in uscita” ha invitato anche le forze armate per proporvi un futuro da soldati professionisti?

Avrete capito ormai il perchè di questa mia lettera. La prof si preoccupa, si impiccia, non si fa gli affari suoi. Già la solita.

Credo che scuserete le mie solite preoccupazioni: siete già abituati a quelle delle vostre famiglie, delle mamme in particolare, ma forse mi potreste chiedere perché mi metto di mezzo anch’io.

Per il banale motivo che non posso rinnegare me stessa disinteressandomi di voi.

Perché la storia e la letteratura, che insegno e sono anche la mia vita,  hanno già parlato di voi: proprio di voi.

Perché  giovani sono le prime vittime della storia e sono i protagonisti preferiti della letteratura.

E mi capita di osservarvi, nella vostra quotidianità disordinata e incosciente, riflessiva e depressa, insofferente e trasgressiva, violenta e autolesionista, felice e tenera e di rileggere attraverso voi tante pagine epiche, tante poesie, tante canzoni.

Siete diversi perché ognuno è unico, ma se scegliamo la strada delle vittime potremmo essere tutti uguali.

E allora perché la nostra scuola non ha esitato, nella persona del professore di religione (Dio lo perdonerà?) ad indicarvi, e per prima, la strada del mestiere delle armi? Perché non dopo quelle della medicina, dell’ingegneria, dello spettacolo, dei trasporti su gomma e rotaia, del commercio, della tecnica, dello sport, dell’insegnamento, della scienza o dei media?

Perché allettarvi con i soldi, il guadagno, il denaro?

Che tristezza sto provando! E tutto questo forse perché qualcuno ha già deciso che non sareste capaci di studiare ancora o di specializzarvi per altre professioni?

Lo dica allora apertamente e dica i vostri nomi, dica perché, dica anche cosa ha fatto per voi per insegnarvi ad essere migliori e per meritare di tentare anche altre strade, quelle per costruire davvero il progresso e la pace.

 

La PACE.

Per quante volte si deve usare una parola fino a rendere vuoto il suo significato?

Non credo ci sia un numero abbastanza grande. E’ vero però che troppe volte la pace si nomina e si sbandiera, si auspica e si premia col Nobel, si prefigura in ipotetici scenari internazionali futuri sponsorizzandola in tutti i talk-show di tutte le reti televisive, si canta nei concerti e si invoca in manifestazioni e girotondi cittadini fino farla assomigliare a una delle qualsiasi pubblicità di merende, automobili o telefonini;  e allora rischiamo davvero che la parola pace non significhi più nulla.

 

Non è infatti già accaduto che si sia potuto usurarla tanto da banalizzarla o involgarirla, fino a imparentarla con il mestiere delle armi?

Infatti oggi la si usa frequentemente abbinandola ad altre parole come “truppe”, “soldati”, “missione militare” senza che nessuno avverta più il contrasto incoerente e scandaloso che questi accoppiamenti producono.

Potrei sentenziare,  da prof. di lettere,  una definizione e pensare a un significato figurato o metaforico: l’espressione soldati di pace, guerrieri di pace indica donne e uomini che dedicano la loro forza e il loro coraggio, la loro giovinezza e la loro saggezza a realizzare una società pacifica.

Ma proprio tra di voi, nel mondo degli studenti troverei, su questi miei svolazzanti  metafore letterarie, un meritato scetticismo.

 

Qualche giorno fa una mia bionda e pensosa alunna, di una classe vicino alla vostra,  diceva che quando considera le differenze tra chi ha e chi non ha nulla le sembra che non possano trovarsi definizioni abbastanza adeguate e che l’ingiustizia sia enorme.

E’ vero, ha ragione.

Tanto, troppo grandi e ignorate sono le differenze che convivono sullo stesso pianeta che è il nostro mondo.

E i suoi occhi e il suo cuore di giovanissima donna mi dicevano dunque di non riuscire nemmeno ad accettare l’idea che possano essere tollerate o ignorate.

Quali sono queste differenze? Le conoscete: anche loro oramai come tutte le parole logorate dall’uso sembra quasi non significhino più nulla; eppure… da una parte il benessere e dall’altra la fame, da una parte i sistemi sanitari e dall’altra nemmeno i vaccini o i disinfettanti più comuni, da una parte la scuola e dall’altra i bambini di strada, da una parte le famiglie e dall’altra gli orfani, da una parte le leggi sulle pari opportunità e dall’altra la schiavitù della prostituzione di donne, bambine e bambini.

Vedete? Non c’è stato bisogno di confrontare le diverse realtà elencando i soliti indicatori di ricchezza o povertà: i consumi dell’elettricità, i mass media, l’istruzione universitaria, la televisione, gli elettrodomestici  o le automobili e le vacanze.

Semplicemente possiamo osservare e confrontarci sui più elementari diritti umani.

Dovrei dire sui primari bisogni umani.

E come si può non tremare nell’animo di sdegno e, nella nostra coscienza di angoscia nel confrontare le nostre case con il fango, le tende, i ripari dietro i sassi delle mura cadute o sotto le siepi bruciate dalle esplosioni. Miseria, stracci, paura, occhi di bambini che muoiono, di donne dalla pelle sporca e rigata di lacrime e di uomini che frugano nell’immondizia e saccheggiano le case bombardate, ma imbracciano fucili.

E non gridiamo allo scandalo? E approviamo missioni di pace vestite di grigioverde coi i bottoni dorati, le tute mimetiche e gli anfibi, gli elmetti e i rombanti blindati sormontati dai radar? E come impedirlo? Sono figli nostri.

Partirete per una zona di guerra; ma contro chi marcerete? Contro un carretto tirato da un asino che nasconde un lanciamissili?

E a salvamento di chi andrete? Di un vostro coetaneo forse terrorista o di una ragazza  kamikaze?

O potete pensare che un piatto di minestra elargito ad uso di tv e fotografi possano colmare le differenze, farvi amare ed evitarvi di avere la gola tagliata da un rozzo coltello in un ingorgo delle strade di Baghdad o di Kabul?

 

E per tutto questo voi giovani, voi forti, voi avidi di vita credete a quelli che vi dicono, che potrete vestire una divisa ed esserne così nobili e fieri, così orgogliosi  e belli nell’imbracciare le armi da diventare invulnerabili? Quale Dio vi difenderà? E quanto pensate che potrà valere la vostra vita se spesa così? Vi abbraccio con il solito affetto

 

 

Roma, 30 Novembre 2003 

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