Rumore o quieto proferire? Preferisco il rumore – di Mariaserena Peterlin

Si può comunicare e teorizzare comunicazione, ma si può anche solo teorizzare o solo comunicare.
L’enfasi e il rumore nella comunicazione sono una costante comunicativa cui siamo sottoposti quotidianamente e di cui ci lamentiamo troppo o troppo poco, e probabilmente dipende dall'argomento.
Gli esempi non servono, credo. Di aggettivi enfatici è pieno ogni messaggio: dal supermercato alla news della prima pagina è tutto un rincorrere l’effetto.
Un bambino di dieci anni diventa il mostro che spappola la milza alla maestra, e il giorno dopo la famiglia minaccia querele alla direttrice che non lo avrebbe difeso da tre anni di bullismo subito quotidianamente. E dal clamore si passa al silenzio. Non se ne parla più.

Nel frattempo s’inseguono altre news, possibilmente clamorose, su cui si invita a disputare (quietamente) un’equipe di opinionisti tra cui l’urlatore di turno, l’unico che riesce ad alzare l’ascolto non per il suo senno ma per i decibel che è in grado di emettere.
Dacci oggi la nostra rissa quotidiana.

Eppure le comunicazioni verbali più efficaci e sottilmente penetranti sono ancora quelle del correttamente detto: un comunicatore sobrio ed equidistante, bilanciato e grave ci sembra sempre attendibile anche se affabula e mente.

Perché preferiamo il pifferaio di Hamelin all’araldo che chiama l’allarme?
Probabilmente perché scongiuriamo il falso allarme, perchè stiamo già dormendo-morendo.
O perché non vogliamo ridiscutere lo schema?

Qualcuno potrebbe dire che solo nell’equilibrio del mezzo sta la verità. Rispondo che sono decenni che ci ammanniscono questo rassicurante messaggio. Ma i risultati sono quelli che vediamo.
Il cacciatore coglie il bersaglio nel silenzio: il rumore lo potrebbe disturbare.
Tutto sommato preferisco il rumore: specialmente se la voce grida che “il re è nudo!” e sta dicendo la verità.

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