Archivi del mese: aprile 2010

INSEGNARE È MISSIONE? di Mariaserena Peterlin

YodaMAESTRO YODA : MISSIONE STELLARE

Insegnare è missione? Gli insegnanti del passato non ne dubitavano, tanto che imponevano essi stessi alla loro professione un carisma a volte giustificato da competenza e impegno e altre volte, più di rado, solo formale. 
Il maestro e la maestra il professore o la professoressa erano delle autorità a cui si riconosceva un ruolo culturale e sociale medio – alto e comunque superiore a quello dei più. (Altra cosa il riconoscimento economico che non è mai stato consistente)
 
Dobbiamo ammettere, con rammarico, che il nostro mestiere ha cominciato decadere proprio da quando se n’è cominciato a parlare con un eccessivo schematismo.
Si è cominciato a dire "questo non è compito mio", "quest'altro non è di mia competenza", "io non faccio lo psicologo", "faccio le mie ore e non un’ora in più se non mi pagano": paletti del tutto giustificabili. Ma prima di metter paletti si sarebbe dovuto riflettere su un punto: l’insegnamento è una professione o un impiego? Siamo funzionari dell’educazione o esecutivi?
 
Potremmo essere una figura tra l’artigiano e il professionista; ma certamente non impiegati esecutivi. E i paletti credo abbiano molto ingrigito e opacizzato la nostra figura professionale che si è, a volte, arroccata perdendo di spessore.
 
Tutto questo coincide, in parte, anche con un cambiamento epocale, generazionale e sociale dovuto all’avvento della società di massa, dell’istruzione obbligatoria e della contaminazione culturale dei media; ma tutti questi sono sintomi (e non cause) di un costume molto diffuso e non solo tra il personale scolastico.
Tuttavia quando sono gli insegnanti a cambiare l’atteggiamento verso il lavoro le conseguenze possono essere pesanti.
 
I risultati non sono stati positivi infatti il dialogo tra insegnanti e il resto del mondo non è più automaticamente basato sulla fiducia e il rispetto; se proviamo a frequentare gli spazi antistanti le scuole, o le file dei genitori in attesa di colloquio al ricevimento generale degli insegnanti potremmo sentire discorsi e opinioni che dovrebbero allarmare. Qualcuno potrebbe rispondere che non si devono ascoltare le chiacchiere; ma siamo certi che gli apprezzamenti, le contestazioni o le considerazioni di genitori si possano catalogare come tali? La loro opinione non deve essere ascoltata o è meglio accettare il confronto anche in coerenza con la maieutica della professione?  
 
Agli insegnanti come ad altre categorie di professionisti con importanti responsabilità nei confronti dei cittadini si chiede di essere consapevoli e accettare che " Insegnare e guarire è una missione: nessuno ti obbliga ad intraprenderla ma se lo fai, hai più responsabilità di chiunque altro, che la cosa ti piaccia o no." (Opinione di un genitore su fB)
Chiaro e forte: ma molto esplicito. E senza troppe distinzioni.
Riflettere su queste opinioni è utile, anche per scoraggiare chi guarda a questo mestiere con un'ottica egoista per sé e dannosa (è sempre e solo il mio parere) per chi va ad incidere sui giovani e sul futuro di tutti. Anche per questo si sta pensando a un nuovo profilo di docente, coerente con la società attuale e gli attuali bisogni formativi, ne
La scuola che funziona
 
Chi non sente il senso della missione non dovrebbe forse astenersi da professioni  come quella dell'insegnante che non si possono svolgere solo con un mansionario in mano?
Come questo si possa ottenere è un altro problema. Ma non mancano le esperienze in proposito e la difficoltà di conseguire un obbiettivo non significano che sia giusto perseguirlo. 
 

 

TUTTO (ANCHE LA POLITICA) SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI – di Maria Serena Peterlin


L'ITALIA è una REPUBBLICA fondata sul RUMORE e il DECORO (composti) e che, diciamolo, a volte ipocrita non piacciono più a nessuno.
Lo stile condiviso è questo e CHI SUSSURRA PARLA DA SOLO. Come affrontiamo questa realtà? Chiudendo il web? ahahah…(A scuola ci pensa Gelmini col voto di condotta.)

http://www.ansa.it

Ma chiediamoci se sia davvero peggio così. Certo, questa sembra un Politico-Reality-SHOW, ma era preferibile l'ipocrisia delle coltellate dietro le tende di velluto e il mare della tranquillità apparente delle balle sussiegose e sussurrate, ammannite agli inconsapevoli cittadini, da persone tanto per bene quanto falsamente attendibili?
Il vecchio modo-mondo è finito, il nuovo non è proprio entusiasmante, ma soluzioni alternative non appaiono, per ora, all'orizzonte. Le nuove modalità di comunicazione sono subite e non interpretate: questa è la questione da dipanare.

 

Pensare, invece di citare – di Mariaserena Peterlin

Dopo essere giunta alla conclusione che è preferibile pensare ed elaborare pensieri che non rinchiudersi (e rinchiudere) in pur suggestive citazioni ho prodotto una riflessione e posto qui di seguito. Anche se qualcun altro ci potrebbe già aver pensato pazienza, io ci sono arrivata per conto mio.

La vitalità e l'energia di un pensiero o progetto non sono più legate solo al suo effetto e alla sua durata nel tempo, ma all'impatto immediato; questo innesca altre dinamiche che si diffondono moltiplicandosi e facendo rete; il pensiero è subito verificato, ma spesso anche potenziato. Meglio, no?

(Mariaserena)

PARLARE & PAROLE di Mariaserena Peterlin


NOTECELLULARI

 
PARLARE & PAROLE 
di Mariaserena Peterlin 
 
Signori dell’istruzione, Opinionisti degli old media, Signori Linguisti filo-manzoniani buongiorno.
Il mal di pancia periodico sulle carenze linguistiche dell’attuale generazione digitale è diventato una colica initerrotta.
Lo schema è sempre lo stesso: hanno un vocabolario ridotto a 20 parole (di cui 10 di puro slang o codice demenziale), vanno male a scuola e la colpa è di new media.
Evabbè. 
Facile, come bere una camomilla corretta zucchero.
E tutto resta come prima.
Loro “ignoranti” e voi con le vostre sentenze miopissime e che danno la colpa a qualcun altro.
Non avrei nemmeno voglia di intervenire  con le mie brevi-acute biscrome cellulari se non frequentassi anche ragazzini e bambini che parlano un bellissimo italiano nonostante leggano ancora soltanto i libri di scuola e qualche favola, nonostante facciano scorpacciate (contingentate) di cartoons e nonostante già a sei-sette anni leggano e scrivano al pc e facciano videogiochi, e sappiano già mandare messaggini col cellulare usando il T9.
Ragazzini che a 6-7 anni o poco più prendono in mano un i-Phone e dopo dieci minuti mi guardano con affettuosa comprensione dicono: poi ti insegno, tranquilla; ma mi raccontano anche, con frasi elaborate e complesse piene di congiuntivi e condizionali al posto giusto e di aggettivi smaglianti, cosa hanno fatto a scuola, quali sono i giochi fatti coi compagni, quali sono i loro desideri e riflessioni.
Ragazzini che ti chiedono: perché mezz’ora fa mi hai guardato con quella faccia mentre facevo il videogioco? Spiega.
E glielo devi spiegare dettagliatamente, abbracciandoli se serve.
La differenza tra un bambino /adolescente con 20 parole e un bambino/adolescente che parla e si spiega (ed è capace di una dialettica spietata) è semplice: l’educazione non si delega.
Non si impara a parlare e a scrivere dai libri.
Mettere un libro in mano a un ragazzino e dirgli “leggi” è un risultato  o un obbiettivo, non un inizio né una strategia.
Ma che ve lo dico a fare?
Siete pigri.
 
PS: Manzoni per farsi leggere risciacquò i suoi panni in Arno. I vostri non vi sembrano grigi e puzzolenti? Immergeteli nel fiume del reale quotidiano. Ahh… che bellezza.