STATO SOCIALE: PRECARIO (perchè in mutande?)

Le parole che sempre più di frequente si usano per descrivere la situazione dela generazione-precari, chemariaser1 news 07 costituiscono la nuova realtà del lavoro, sono disillusione, delusione, frustrazione e, purtroppo, rassegnazione.
Li definirei nuovi lavoratori e di solito cerco di non chiamarli precari, anche perché sono in  una situazione di provvisorietà elevata a sistema per cui subiscono una precarietà fissa.
La mia generazione viene da un’esperienza diversa; laurea a 22-25 anni,  e poi ricerca di lavoro; nella scuola, ad esempio, abilitazione per esami e poi concorso per titoli ed esami; quindi la cattedra.
Ci sarebbero, però, da aggiungere tante altre cose: in passato le medie non erano dell’obbligo , le bocciature e le esclusioni iniziavano alle Elementari, alla laurea si arrivava dopo infinite selezioni.
Certamente tutto ciò avrà la sua  importanza.
Ma cos’ha a che fare con la precarietà? Secondo me non molto.
Però allora la formazione era, già dall’infanzia, improntata a un atteggiamento mentale che non voglio definire aggressivo, ma combattivo sì; e oltre ad essere combattivi ci si sapeva adattare (senza farsi sopraffare) anche ai difetti della realtà.
Per cui le lunghe code per le iscrizioni all’università, gli appelli agli esami anche senza calendario (a volte tutti ammassati e ci interrogavano fin che il professore diceva: basta, andate via tornate domani), le aule universitarie strapiene e dense di fumo, le dispense che non sempre c’erano, l’obbligo di frequenza e il piano di studi rigidissimo… insomma abbiamo affrontato tutto, e superato davvero tante fatiche e frustrazioni spesso ingiustificabili, pre-sessantottine (sono giurassica: mi sono laureata a luglio ’69) che oggi farebbero gridare allo scandalo e al “non ne posso più”.
Io/noi invece inghiottivamo e ci arrabbiavamo, ma proseguivamo.
Torno a dire che con la precarietà tutto questo ha poco a che fare. Ma quei percorsi erano importanti per la formazione della personalità: quando oggi vedo i precari in mutande io mi innervosisco un po’ e mi chiedo perchè una categoria di docenti non riesca a mettere in atto una forma di manifestazione non dico più dignitosa (la dignità con la mutanda si apparenta con fortuna anche alla pubblicità) ma più incisiva, seria, propositiva e tutto sommato più cattiva.
Da ragazza attempata ho scritto più di una nota sugli errori della Gelmini.
Perchè? Che me ne viene? E’ forse la mia battaglia questa?
Lo è, in realtà, solo lateralmente: ma il fatto è che quando sei stata tutta la vita sulla barricata ci rimani.
Quando hai amato tutta la vita la tua missione (lasciatemi usare una parola di sentimenti) non la molli e continui a crederci.
 
Non credo invece sia utile e qualificante una lotta fatta in mutande.
Piuttosto si sarebbero potuti aprire dei tavoli davanti alle scuole offrendo lezioni gratis a tutti! I giovani colleghi avrebbero potuto scrivere insieme un libro bianco sulla scuola, oppure assediare di email tutti: le redazioni dei quotidiani e dei settimanali, dei tg, delle istituzioni, del parlamento, dei ministeri, e dei provveditorati.
Avrebbero potuto fare dei sit-in davanti alle sedi Rai, Sky, La7  e Mediaset.
Invece a scuola i colleghi di ruolo subiscono l’aumento degli studenti per classe e, anche su pressione dei presidi, accaparrano spezzoni di orario togliendo lavoro ai docenti in attesa in graduatoria, e poi disertano le assemblee sindacali (ma questo accade ormai da anni).
 
I docenti precari invece si uniscono ai cortei per la libertà di stampa. Ma è davvero giusto accettare ospitalità alla manifestazione della Stampa e parlare da un microfono non nostro e solo per gentile concessione?
E’ giusto che tutti i media televisivi glissino sulla scuola e altri ne parlino solo per dir male (per carità la libertà consente tutto) di Berlusconi?
E la sinistra che ha fatto per la scuola?
E in che cosa consistono le loro proposte, quelle dei sindacati e perfino quelle dei manifestanti?
E’ giusto dire VOGLIAMO IL LAVORO.
E’ fondamentale. Io sottoscrivo. Qui e subito.
Ma vogliamo anche dire dove e quali sono gli errori della politica nei confronti della scuola?
Vogliamo dire che non ci sono solo ginnasi e licei frequentati da quieti adolescenti o ragazzi motivati, ma ci sono scuole dove  dilagano droga e bullismo, disagio e abbandono ecc?
Vogliamo dire anche quali sono le nuove emergenze dell’educazione dei giovani e con quali proposte si intende affrontarle? E’ o no il nostro lavoro? Non è forse quello che ci si dichiara pronti a svolgere? Allora si dica come: quali obbiettivi, metodi, contenuti, processi.
Proprio per questo mi permetto di dire “meno mutande e più professionalità”.
La cultura deve farsi rispettare; anche cominciando dall’abito e dal peso della preparazione. 
Ma certo non solo da quello.
Quando si è rifiutati dal mondo del lavoro io credo si debba avere la lucidità di puntare il dito non solo contro la classe politica al governo, ma anche contro la latitanza dei sindacati e dell’opposizione, contro l’atteggiamento autoreferenziale della casta mediatica e, purtroppo, anche contro la diffusa perdita della coscienza politica e dei diritti del cittadino.
Perdite che si possono ripianare solo con l’impegno.
(Ma anche la parola “impegno” è decisamente attempatella, forse mi somiglia.)
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