Dalla luna alla luna

luna 2 febbr 07 012Avevo scritto un breve post sulla luna per ricordare l’impresa spaziale americana e lo sbarco lunare. E’ arrivata (non su questo dito) una replica che, presumendo ignorassi le polemiche in argomento, affermava che lo sbarco non è mai avvenuto, che si è trattato di una finzione eccetera eccetera.
Sì lo sapevo. No, non me ne importa nulla e non ci credo. E quand’anche?
 
L’argomento del post non era soltanto lo sbarco, avvenuto, quanto il senso di quella impresa, un senso che fu così alto e assoluto che, anche se fosse stata tutta una gigantesca fiction, si giustificherebbe. Voglio dire che se, paradossalmente, si fosse ritenuto così importante ottenere quel risultato e se gli Usa e tutta la comunità mondiale avessero dato tale valenza allo straordinario evento da volerlo comunque far accadere, anche a costo di realizzare una sopraffina invenzione, ciò dimostrerebbe e confermerebbe che in quegli straordinari anni le imprese a cui l’Uomo si candidava erano davvero degne di colui è stato creato e fatto per seguir virtute e conoscenza.
E ciò è tutto.
Ma vi è anche molto di più.
Quella degli anni sessanta era una luna seria.
E per noi ragazzi di allora era una proiezione di stati d’animo assorbiti non solo dalle canzoni e dai film, ma dallo studio dei miti e dalla simbologia che quell’astro esprime nonchè dalle frequentazioni letterarie allora non solo obbligatorie, ma amate, citate e ripetute infinite volte a fior di labbra e dentro di sé.
E tra queste ricordiamo le prime che vengono alla memoria, tralasciando i classici, come una divina citazione dantesca : “Quale ne’ plenilunii sereni /Trivia ride tra le ninfe etterne /che dipingon lo ciel per tutti i seni” o tra quelle (innumerevoli) Leopardiane “Placida notte, e verecondo raggio/ della cadente luna” passando per il mai abbastanza conosciuto Ariosto che nell’Orlando immagina conservate proprio nella luna le fiale col senno perduto dagli uomini.
Ma la luna di quegli anni era stata anche quella citata da Giovanni XXIII nel discorso tenuto in piazza San Pietro, dalla finestra del suo appartamento, nella seradell’11 ottobre 1962  in cui la folla corse a pregare e salutare l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo: “Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare a questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace. Di pace. (…)Apparteniamo quindi ad un’epoca nella quale siamo sensibili alle voci dall’alto…”
Ebbene anche se il senso del discorso di Papa Giovanni era prettamente religioso è proprio in quelle parole che l’emozione per l’impresa lunare trova la più vicina e possibile spiegazione di ciò che da semplice testimone di quel tempo anche io intendevo. Era un’epoca nella quale si era sensibili alle voci dall’alto. E tra quelle voci vi era anche quella, non solo simbolica, che ci chiamava alla conquista della luna, che significava impresa dell’uomo, sete di conoscenza, fiducia nel futuro, desiderio di grandi cose. E’ stata, come tutti sappiamo, anche un’epoca di errori e di guerre. Ma guerre ed errori ci sono in ogni tempo.
Invece non sempre siamo uomini e donne disposti a salire le stelle; a guardare oltre e lontano.
Per alcuni di noi, forse per molti, la luna rappresentò quella concezione dell’umanità.
Peccato sia così difficile individuare il codice che ci permetta di trasferire quel sogno al tempo presente ed attuale.
Peccato che tutto sembri ridimensionato e virtuale, come in un perverso videogioco.
Ma qualcuno è rimasto fedele a lei. Arrivederci sorella luna. Sister moon.
 
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