Scuola italiana: la vogliamo valutare?

Non riesco a considerare le valutazioni dell’Ocse sulla scuola italiana mariaser1 news 07come un dogma infallibile. Misurare per valutare implica necessariamente la scelta di parametri e resta da dimostrare che quei parametri possano davvero esaurire la specificità di una attività come quella del docente nella scuola; attività nella quale concorrono una serie di variabili molto delicate e complesse.
Certo se si misurano rapporti tra numero studenti e numero insegnanti, la retribuzione e il numero degli iscritti si otterranno numeri interessanti. Ma dovremmo anche misurare (e come?) la realtà, o meglio le realtà, della scuola italiana ad Aosta come a Bergamo, a Messina come a Bari o altre località distinguendo, inoltre, la diversa situazione dei quartieri. Ad esempio a Roma Tor Bella Monica non troviamo la stessa situazione di Roma Eur o Roma Flaminio o Roma Ostia.
La scuola è fatta di ragazzi e non di numeri, è fatta di insegnanti e non di elementi umanoidi programmabili. Si potrebbe obbiettare che questo vale anche in Francia o in altri paesi Europei. Appunto. La sfida italiana dell’istruzione obbligatoria si lega con la nostra realtà in un modo e con altre realtà in modo diverso. E si potrebbero fare decine di altre osservazioni differenti, ma che vanno verso deduzioni analoghe a questa.
Allora la riflessione porta a un paio di osservazioni; la prima e provvisoria è che l’Ocse non è il dogma, ma le sue valutazioni sono ugualmente interessanti.
La seconda è che, comunque si voglia procedere, è elementare che la maggior spesa della scuola siano gli stipendi dei docenti e del personale. I docenti sperimentano ogni giorno che spesso tutto il lavoro si svolge tra loro e i ragazzi.
A volte mancano anche le sedie, ma si fa scuola. A volte il riscaldamento non funziona, ma si fa scuola. Altre volte qualche ragazzo ha problemi e non ha il sostegno, ma si fa scuola. Altre ancora arriva un compito di Maturità con errori: e sempre si continua a far scuola. E così via.
Tutto è migliorabile però; ed è bene provvedere. Dunque se l’Ocse dice che la nostra scuola non va abbastanza bene, che gli insegnanti sono troppo anziani e sono pagati poco ma producono in modo non soddisfacente allora qualche problema c’è.
Se in Italia ci si lamenta che la spesa per la scuola (scuola, non Università) è assorbita dagli stipendi che vogliamo fare? Proviamo (accettiamo il paradosso?) a fare a meno dei docenti?
In realtà sarebbe sensato non arroccarsi su posizioni indifendibili: con ogni probabilità c’è da intervenire sulla professionalità dei docenti anche smettendola di volerli trattenere in cattedra oltre i sessanta anni. Anche incentivando l’aggiornamento.
Ma si tenga anche conto della realtà del loro lavoro. Non si può parlare di integrazione e degrado, di bullismo e delinquenza, di alcolismo e droga tra i giovani, di distribuzione di preservativi e prevenzione di malattie sessualmente trasmesse agli adolescenti e non tener ben presente che quei ragazzi sono anche i nostri studenti e i figli del popolo italiano e dei migranti che abitano in Italia. Gli insegnanti seri si appassionano al loro lavoro e la loro retribuzione, peraltro riconosciuta modesta, se la guadagnano. La minoranza di prof e maestri non seri è un problema dei Dirigenti scolastici e anche dei funzionari del Ministero dell’Istruzione: se lo assumano.
Ma non nascondiamoci le verità virtuose.
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