Il VOTO a SCUOLA: uno spauracchio?

Chi ha paura del voto cattivo? Edunet-square
 
Conosco abbastanza le giovani generazioni per poter immaginare che i bambini e i ragazzi finora valutati con un grigio giudizio di MEDIOCRE non si spaventeranno per un equivalente 5, né coloro che hanno conseguito un deprimente SCARSO per un analogo 4. Il cinque si rimedia con un 7, il quattro con una serie di voti positivi. Ed in fondo la competizione è sportiva.
In Europa e nel Mondo non mancano sistemi scolastici che non hanno mai accantonato il voto a numeri. Il giudizio ha sempre interessato poco i genitori, che al contrario hanno sempre dimostrato vivo interesse per il voto. Ma c’è una considerazione parallela che mi sembra ineludibile: questi teneri virgulti che costituiscono l’infanzia contemporanea e la vigente adolescenza sono creature che convivono con mostri virtuali e videogiochi in grado di terrorizzare certamente me, e probabilmente qualche anima candida che sta strepitando scandalizzata per il ritorno del voto.
Tranquilli: non stiamo tornando al Medioevo, e nemmeno alla clava.
Tranquilli: gli insegnanti che non hanno mai usato un giudizio come un manganello non approfitteranno del voto per diventare durissimi giustizieri.
Ho conosciuto bravissime colleghe di Matematica amate e rispettate nonostante i loro implacabili tre o quattro. Ho conosciuto indescrivibili colleghi di Matematica che regalavano il sei ed erano considerati, come giusto, degli incompetenti inutili.
Un insegnante vero e serio guarda negli occhi, dialoga, si rapporta con gli studenti, svolge lezioni impegnative e si pone l’obiettivo di portare i suoi ragazzi a raggiungere le competenze. Il voto è solo la misura di questo cammino verso la conoscenza. Misura e nulla più. Non sentenza.
Chi ha dunque paura del voto cattivo? Gli studenti legittimamente.
Ma non legittimamente le prefiche medianiche e le opposizioni strumentali che agitano, come al solito, i loro stracci svolazzanti. avatar profi1Prima di arrivare al mio centodieci e lode sono passata attraverso le forche caudine perfino dello zero spaccato (per chi se lo ricorda) e dei voti negativi (una prof di francese, matta o non che fosse, metteva anche -2, -3 e così via). No, non ci è piaciuto per niente, ma umiliavano assai di più le battutine o la mancanza di fiducia o il fare odioso di alcuni che insegnanti non dovrebbero mai essere.
Tranquilli: i nostri ragazzi e bambini ce la possono fare.
Non impediamogli di crescere imparando a confrontarsi e a superare le difficoltà.
Parliamone ancora.
 
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8 risposte a “Il VOTO a SCUOLA: uno spauracchio?

  1. Quanto hai ragione! E’ attraverso le prove (lo avevano capito anche i popoli primitivi) che i nostri piccoli crescono. Una prova adatta alle loro potenzialità, naturalmente, non un ostacolo insormontabile. Ed invece, negli ultimi decenni, abbiamo tirato su, in una complicità scellerata tra scuola e famiglie, tantissimi ragazzini sprovveduti, incapaci e timorosi di affrontare la realtà, fragilissimi dietro un’apparente maschera di “duri e terribili”.

  2. Generazioni di studenti, compresa la mia, sono cresciute così, ovvero con voti che potevano essere anche cattivi e comportare la bocciatura. E, checchè se ne dica, retoricamente od ideologicamente, alla fine la paura della bocciatura spinge a studiare. E studiare serve per formarsi, per imparare non solo le materie, ma anche e soprattutto a rispettare regole: per apprendere, cioè, che quando si sbaglia poi si paga, nella scuola come nella società.
    Da quando la promozione è diventata un qualcosa elargito a tutti, nessuno studia più: poi all’università nelle prove scritte leggiamo “leggittimo”, “quid quod querumque accidit”, “corrispettivato” e via dicendo. Oppure, agli esami orali, ci si sente dire “io sono qui anzichè al mare, mi deve promuovere anche se ho studiato poco”.
    E’ ora di cambiare direi.

  3. La strada per rimediare gli errori sarà lunga, ma quella per non ripeterli può essere immediata, o quasi.
    Grazie Critolao e Alessandro!

  4. Maria Serena,
    splendida, lucida nelle analisi, centri l’essenza della questione come sempre!
    non faccio che quotare tutto!
    … non si spaventano gli alunni.. e poi, cosa costa dirglielo chiaro: “ho preso i miei bei 2, i miei 4, … ma, bastava poi rimboccarsi le maniche…”
    io lo faccio da sempre, anche se non avevamo i voti! 🙂
    un saluto caro
    g

  5. Come sempre hai ben centrato l’argomento analizzandolo con obiettività.
    Inutile dire che sono daccordo con quanto hai così ben espresso.
    Complimenti al tuo centodieci e lode e buona domenica.

  6. Grazie gio!, grazie nonnolele, ho citato solo per controbilanciare lo zero spaccato, preso anche quello! 🙂

  7. Non è il voto che fa o farà la differenza… Giulia

  8. In effetti credo anche io che il voto non faccia la differenza almeno nell’ottica degli studenti.
    Ai miei tempi i voti venivano messi con le lettere (da a, il massimo, ad e, il minimo) ma ricordo anche bene che per noi prendere c era uguale a prendere 6. Se prendevi b dicevi “Ho preso 7”.
    Temo quindi che spesso, per gli studenti, dire “Voto” o dire “Giudizio” o dire “Commento” equivalga a poco più che ad un esercizio terminologico e basta.

    Andrea

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